Il mondo che non c'è


giovedì, 11 ottobre 2007, ore 19:50

Sogno o son desta?

Passi felpati nella notte. Passi senza meta nell’oscurità.

Camminavo senza sapere dove, come e perché.. I miei occhi ciechi si sforzavano di trovare una scintilla di luce che conduceva alla salvezza, ma non arrivava.
Il gelo mi circondava la pelle nuda del mio corpo, non ero vestita forse?… Non vedevo, non sentivo, non capivo nulla. Qualcosa bloccò il mio passo incerto su quel terreno che doveva essere terra, umida o melmosa, inodore. Protesi le mani in avanti facendo molta attenzione a non cadere, sui miei palmi si distribuì una superficie dura e porosa. Tastavo freneticamente le dita per capire cosa fosse, dall’alto al basso. Rimaneva immobile e silenzioso e inconsapevolmente avvicinai il viso per carpirne l’odore…argilla, terracotta, forse cemento! Un muro si era innalzato nel mio percorso e con mia meraviglia una porta si schiuse in lontananza, irradiando sul terreno ormai ben visibile una linea di luce solare piena di bellezza e calore. Calamitata verso di essa mi tuffai in quel fascio di luce che lentamente si ampliava, riscaldandomi corpo, cuore e anima. Un energia così forte da socchiudere gli occhi per gustare tutta la sua forza, mentre avanzavo piano nel suo calore e le dita dei piedi cominciavano a sfiorare fili d’erba appena nata e fiorellini sbocciati in quella carezza mistica di cui io ormai ne facevo parte.
Aprì gli occhi e la bellezza appena provata svanì sostituendosi all’immoto paesaggio che mi attorniava. Una distesa rigogliosa d’erba color smeraldo e piccoli fiori si ripeteva all’infinito davanti ai miei occhi, il cielo ricoperto da una coltre di nuvole dorate non lasciavano spazio a quel sole che prima sembrava essermi così vicino. Non un filo di vento, non un albero o uccello che volasse in quel paesaggio così irreale da togliermi il fiato.

Non so per quanto ho camminato, dove ero diretta ma qualcosa dentro di me mi guidava verso un luogo sconosciuto che mano a mano si avvicinava. Varcai la porta gigantesca dell’edificio megalitico che mi si presentò davanti. Una scalinata interminabile mi accolse al suo interno, ornata da vibranti tendoni rossastri che hai lati ricadevo dolcemente a terra, come per coprire un’altra dimensione che si trovava oltre di essi.
Feci un passo, poi l’altro e da lì mi accorsi d’indossare un lungo abito bianco e la gonna che mi impediva di salire la raggomitolai fino alle ginocchia, facendomi percepire il fresco inebriante del salone deserto.
Il forte sbattere di una porta mi fece barcollare sull’ultimo scalino e di fronte a me un lungo corridoio bianco privo di qualsiasi arredo, mi condusse alla fine dove trovai quella porta. La maniglia scattò e lentamente mi spinsi dentro la stanza. Altissime vetrate si affacciavano su un giardino rigoglioso di piante da frutto, fiori e uccelli canterini che svolazzavano da un ramo all’altro, cosa di cui prima non c’era traccia. Sbigottita mi avvicinai al vetro premendo il viso nel scrutare quell’insolito paesaggio.
-Sehila…- una voce profonda mi fece scattare ritta sulla schiena e in fondo la stanza seduto su una poltrona regale fece capolino un uomo dall’elegante raffinatezza testimoniata non solo dai suoi gesti lenti e composti, ma anche dall’abito che indossava, giacca, camicia e pantaloni rigorosamente bianchi…
-Ci conosciamo?- domandai avvicinandomi alla sua figura per guardarlo meglio in viso.
-Ci stiamo conoscendo, no? Io sono Zakar- sogghignò vivamente mentre pronunciava il suo nome e lentamente sfregava le dita della mano destra sul pollice, avanti e indietro e potevo notare quanto erano strane le sue unghie. Macchie scure e simmetriche gli coprivano le radici di esse, cosa che si ripeteva sul suo collo che coperto dal colletto della camicia si intravedevano righe nere che si assottigliavano fin sotto il mento.
Si alzò di scatto innervosito dal mio sguardo scrutatore e avvicinandosi lentamente al mio viso sibilò:
-Cosa devo fare con te?- i suoi occhi mutarono in un ghigno spaventoso di collera e sadismo e potevo sentire il suo respiro aumentare sempre di più man mano che i secondi passavano. Il terrore mi immobilizzò ogni muscolo, dalla bocca tremante non riuscivo ad emettere fiato e il suo viso si avvicinava sempre più al mio collo, per assaporare l’odore della paura che non riuscivo a controllare. Lentamente le sue dita scivolarono sulle mie labbra per poi afferrarmi dolcemente il collo stringendolo sempre più forte.
-Non farmi del male ti prego…- Riuscì a sussurrargli all’orecchio mentre la morsa delle sua mano stringeva sempre più. Il suo corpo era premuto contro il mio e lo sentivo fremere dall’eccitazione mentre girò il capo nascondendo ai miei occhi la lunga treccia corvina che gli si poggiava lungo la schiena..
Le sue labbra sfiorarono le mie, la presa non cedeva e i miei occhi si velarono di lacrime. Fermò il respiro:
-Io farti del male, mai!- con una forza sovrumana mi scaraventò a terra togliendomi il fiato, un dolore lancinante mi percorse tutta la schiena. Il suo respiro si tramutò in un rantolo animale ed io cercavo di strascinarmi via dalla sua vista invano, tra gemiti e fitte incredibilmente doloranti.
Mi afferrò per i piedi lanciandomi verso di lui che ringhiava e sbavava come un cane rabbioso e gridai…

Gridai ancora e ancora alla vista di Zakar presente nella mia stanza, sulla soglia della porta. A terra ai piedi del letto mi dimenavo cercando di scacciare quella figura dai miei occhi. Lui di rimando sorrideva avvicinandosi l’indice alle labbra per indicarmi di fare silenzio. Afferrai convulsamente la ciotola di cedro sull’altare e la lanciai con l’acqua sacra verso la porta. L’unica cosa che colpì era l’uscio in legno grezzo e il pavimento in cotto, bagnando ogni cosa.
Scoppiai in lacrime ancora ansimante e fradicia di sudore, mi accovacciai sul letto e Raphael sentendo le mie grida corse verso di me terrorizzato buttandosi ai miei piedi.
Continuava a chiedermi cosa fosse successo, perché stavo così male e le sue mani erano strette nelle mie ma i miei occhi spiritati continuavano a vagare in quel luogo così ambiguo, che già conoscevo e che con l’avvento dello Straniero tutto sembrava essere così reale.

Lo-Straniero2

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mercoledì, 10 ottobre 2007, ore 21:26

Lo Straniero

Tutto ebbe inizio da allora, da quell'incontro.
Mi accorsi di lui a causa del tumulto che scatenò all'interno del villaggio in cui ero nata e vivevo serenamente. Come ogni mattina raccoglievo acqua dalla sorgente sacra posta sul retro del Tempio, acqua fresca e limpida dall'essenza miracolosa, viva. Riempita la ciotola in legno di cedro rimanevo incantata dallo scorrere soave dell'acqua, che rigogliosa scivolava dal letto del piccolo fiume da cui derivava per poi riempire il ventre del lago sacro agli Dei, alle Sacerdotesse e al Tempio.
Guardavo danzare le mie dite a ritmo del canto delle acque e la mia anima frizzava nel sentire la freschezza che inondava la mia pelle e le mie ginocchia, immerse accidentalmente mentre mi chinavo per assaporarla. Invidiavo le Vergini e le Sacerdotesse di tanto splendore che possedevano. Onoravo ogni giorno gli Dei con preghiere e offerte, finchè un giorno la Somma Sacerdotessa mi benedì e mi diede il permesso di raggiungere la fonte e rinfrescarmi.
Un insolito mormorio al di là del muro di cinta mi destò dal suono incantatore dell'acqua, mi alzai fradicia da terra e raccolsi la ciotola colma d'acqua e mi diressi verso il chiasso.

Mi ci volle un pò per capire cosa stesse accadendo. Camminai a passo svelto  verso le mura del villaggio stando attenta a non versare una goccia. La gente si accalcava verso l'esterno spaventata ma allo stesso tempo pazza di curiosità. La sabbia che si sollevò in aria mi bloccò il respiro non facendomi smettere di tossire. Con la mia lunga gonna scarlatta cercai di parare la ciotola e coprirmi il naso, quando una mano con presa energica mi afferò un fianco. Rafael!
-Ma che succede?!-  gli urlai stordita dalle urla e costernazioni della gente e la sabbia che non voleva togliersi dalla mia gola.
-Sembra essersi avvicinato un estraneo al nostro confine! Ma non riesco a vedere ancora nulla. -
Rafael si fece spazio tra la gente che da lì a poco si bloccò china in avanti e venni trascinata dal suo braccio, sentendo mormorìì di ogni genere uscire dalle loro labbra. Rafael si bloccò, gli urtai contro e qualche goccia sgorgò dalla ciotola bagnandoli la schiena e la mia veste già umida. Solo in quel momento mi resi conto di quale meravigliosa fragranza abbracciava i suoi lunghi capelli ambrati che gli ricadevano delicatamente sulle spalle da ragazzo ormai adulto: zenzero...
Oltre di lui mi sorprese lo sguardo di un povero cammello che cercava stancamente di liberarsi dalle briglie che tre uomini, invece, cercavano di trattenere. Anwar, uno dei più vecchi del Villaggio sorreggieva a fatica il passeggiero che a stento scese dalla "nave del deserto" e caddero pesantemente a terra. Ci fu un silenzio tombale tra la folla e gli unici che si mossero furono Rafael e Taher, nostro caro amico da sempre. Mi lasciò il braccio che fino a quel momento teneva stretto e mi avvicinai un poco, staccandomi da quel gruppo pietrificato.
-Anwar! Per gli Dei non puoi farcela da solo.. Lascia che ti aiuti!- urlò Taher che nel mentre era già intento a farlo stare in piedi.
-Ti ringrazio figliolo non ce n'è bisogno- rispose il Vecchio lasciando le braccia del ragazzo e chinandosi sullo straniero che tossiva e ansimava avvolto in quello che un tempo doveva essere stato un mantello ormai lacero e sporco. Si puntellò sui gomiti, il viso basso che non riuscivo a vedere non si voleva rialzare e il Vecchio Anwar lo prese per le spalle facendolo sdraiare sulla schiena.
-Chi è costui?- Bisbigliò Rafael al Vecchio, stupefatto nel vedere che un uomo tanto sporco e rozzo avesse un cammello dalla sella e dalle briglie decorate in oro.
-Io l'ho visto da lontano..sembrava moribondo...- non fece in tempo a esprimere ciò che aveva visto, che lo straniero sussurrò qualcosa dalle labbra aride e sporche di polvere. Anwar chinò il capo per sentire quelle flebili parole..
-Acqua... Vuole acqua! Qualcuno porti dell'acqua, subito!-
In quell'attimo calai lo sguardo sulle mie mani che tenevano nascosta e stretta al petto la ciotola con l'acqua consacrata e pensai che quel giorno non sarebbe stata destinata al mio altare e alle piante consacrate, ma al misterioso straniero che avevo poco più avanti ai miei piedi, moribondo e voglioso di salvezza e purezza che solo quell'acqua poteva dargli. Continuavo a guardarlo fisso in quegli occhi tremanti e semi chiusi che lasciavano intravedere il meraviglioso verde smeraldo del suo iride ormai annebbiato dalla stanchezza, mentre eccheggiavano nelle mie orecchie le parole di Anwar che continuava a implorare che gli venisse portata dell'acqua.
-Io ho dell'acqua!- Esclamai subito. Tutti gli occhi dei presenti fissarono la mia figura e riprendendo fiato per calmarmi dall'agitazione che lentamente mi saliva dalle gambe ripetei:
-L'acqua ce l'ho io... E' della fonte sacra e gli farà più che bene!- Con sguardo fermo a terra marciai verso lo straniero, maldestramente gli pestai il mantello e mi chinai su di lui e col cuore che batteva come un pazzo trattenni il respiro avvicinando la ciotola al suo viso. Si accorse di me e un'ondata di calore mi invase l'intero corpo e mentre l'acqua gli bagnava le labbra, le sue mani lentamente si posarono sulle mie. Succhiò l'acqua con un'avidità mai vista, non beveva da troppi giorni.. Non tolse lo sguardo dai miei occhi, impietriti dall'emozione. Inarcò poi il capo chiudendo gli occhi come per assaporare la splendida acqua che gli avevo offerto e si lasciò andare tra le braccia del Vecchio, svenuto.

La folla aprì un varco e a passo leggero come se non toccasse terra, arrivò la Somma Sacerdotessa scortata dalle Vergini che una dopo l'altra si misero le mani davanti alla bocca per soffocare gli urli di sorpresa per la scena che le si presentava davanti.. Non badai molto a quel momento, ma a ciò che provavo nel guardare lo straniero. Immagini meravigliose e sconvolgenti si intrecciavano senza fine nella mia mente e lui era protagonista.
Non riuscivo a capire se era un bene o un male il suo arrivo al Villaggio...
Lo Straniero

Casthia nella categoria storia, fantastica

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Il mondo che non c'è

Vita parallela di una ragazza come tante, ma che ha il grande dono di vivere la magia come nessun'altro in questo mondo...

Chi sono

Utente: Casthia
Ricordo ancora quei suoi occhi, che brillavano di un verde smeraldo nella penombra della stanza da letto. Io, distrutta per il suo dolore mi tremavano le mani tra le sue. "Ricorda amore mio questo momento, gli Dei vi proteggeranno e se non ci permetteranno di incontrarci di nuovo sappi che non sarai mai sola. Ti inseguirò perchè sei il mio unico amore e rimarrai tale per sempre." All'alba il suo cuore cessò di battere stringendomi tra le braccia, qualche tempo dopo le nostre vite furono perseguitate da eventi incontrollabili e il mio amore non riuscì a mantenere la promessa. Mi chiamo Casthia e questo è il diario di una strega.


Ciò che amo

Amo il profumo del caffè al mattino;
amo il sole che sorge al mattino;
amo il profumo dei campi in estate;
amo il vento gelido che scuote gli alberi addormentati d'inverno;
amo il fatto che nonostante il male degli uomini stia rovindando la Terra, la Natura ci parli ancora...

Ciò che odio

Odio risvegliarmi da un sogno stupendo la mattina;
odio ogni tipo di violenza che si consuma;
odio l'ignoranza che spesso c'è nelle persone;
odio soffrire per amore;
odio dover essere molto spesso razionale e non poter ascoltare il mio cuore...

Penso che...

Vivere nella Natura fa di ogni momento un rituale.


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La morte non è solo oscurità ed oblio. E' anche il riposo dalle fatiche dell'esistenza fisica.


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I miei libri e autori preferiti sono: Shakespeare - La ragazza con l'orecchino di perla - Edgar A. Poe - Dracula - Marion Zimmer Bradley con il Ciclo di Avalon.

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